Quello che le etichette non dicono

Quello che le etichette non dicono

Il ristorante è di classe, la luce – ça va sans dire – soffusa, i bicchieri di cristallo. Una sfogliata alla lista dei vini e si sceglie. Quando il cameriere si avvicina per mostrare l’etichetta, la genealogia e la vita dell’uva ci si srotola davanti. Nella scelta di un vino di qualità l’etichetta è fondamentale, un vero pedigree con tutte le informazioni del caso. Perché per la carne dovrebbe essere diverso? L’etichettatura della carne, infatti, è questione seria e forse anche troppo sottovalutata dai consumatori. Allettati dai prezzi, spesso non vi si presta la dovuta attenzione, scegliendo prodotti anonimi. Ecco alcune cose che le etichette dovrebbero dire e invece, di frequente, si tengono per sé.

foto2

Nel 2000 l’Ue ha imposto l’obbligo di etichettatura di origine per la carne bovina fresca, con il regolamento Ce 1760/2000, sull’onda, anche emotiva, dell’emergenza “mucca pazza”. Obbligatorio indicare luogo di nascita, di allevamento e macellazione dell’animale. Poche informazioni ma utili per “presentareetichetta_carni” al consumatore la carne e garantirgli una scelta consapevole. Quindi trasparenza sì, ma solo sulla carne bovina. Dopo 15 anni anche maiale, agnello, capretto e volatili hanno le loro etichette, ma  coniglio e cavallo restano ancora anonimi così come le carni di maiale trasformate in salumi. Un vuoto da colmare, magari prima dei prossimi 15 anni.

L’etichetta c’è, ma cosa dice e cose tace? Sulla carne di bovino ci deve dare obbligatoriamente informazioni sul luogo di nascita, di allevamento e macellazione e deve presentare il codice di rintracciabilità (il numero di identificazione dell’animale). Della carne di suino e agnello, secondo la legge, è sufficiente conoscere il Paese di allevamento e quello di macellazione. Non allarmatevi se sull’etichetta l’unica voce presente è “Origine” seguita dal nome della nazione: vuol dire che l’animale è nato, cresciuto ed è stato macellato in un unico territorio.

RSPCA: magari non vi dice nulla, ma in Gran Bretagna questa sigla è sinonimo di qualità e sicurezza. La Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals è un’associazione, attiva dal XIX secolo, che punta alla tutela dell’animale da allevamento. Il bollino RSPCA sulla confezione della carne dà anche la garanzia al consumatore che il prodotto derivi da animale allevato e macellato secondo le direttive della società. Rispettare le direttive dell’RSPCA vuol dire rispondere alle diverse esigenze della specie allevata in azienda. Disponibilità di spazio libero necessario all’animale, alimentazione adeguata e bilanciata, spazi confortevoli e puliti, controlli veterinari regolari: in sintesi “allevamento etico”.

rspca-assured

Sei ciò che mangi, diceva quel tal Feuerbach. Ma se non sappiamo cosa mangiano gli animali prima di essere macellati, non sappiamo cosa mangiamo noi. Eppure sull’etichetta in Italia non c’è nessun cenno a questo aspetto. L’alimentazione prevista da un allevamento etico deve essere bilanciata per mantenere l’animale in salute, gli alimenti dovrebbero essere prodotti per il 50% in azienda e quelli provenienti dall’esterno devono essere acquistati a filiera corta. Svezzamento naturale, alimentazione in età adulta di pascolo e foraggio biologico di alta qualità. E’ anche così che si misura il benessere animale, ed è questo che dovremmo trovare segnalato in etichetta. Basta una sigla, come nel caso britannico (RSPCA), a far sapere al consumatore che questi criteri nella crescita dell’animale sono stati rispettati.

etichetta-carne-520

Ridurre al minimo indispensabile i trattamenti antibiotici e optare sempre per cure naturali. Questo è previsto dall’allevamento etico. Ma anche queste informazioni non sono contemplate dalle etichettature italiane. Questi dati vengono considerati “facoltativi”, quindi sono pochissime le aziende che in maniera indipendente decidono di rendersi trasparenti. In Italia esiste un’associazione (http://www.allevamento-etico.eu/) che riunisce produttori e consumatori: le aziende recensite sul sito possono comunicare i loro metodi produttivi virtuosi, farsi conoscere dai consumatori ed essere da modello agli altri allevatori.

Image of packaged meat with woman hand in the supermarket

Avere in etichetta tutte le informazioni analizzate può sembrare una pretesa. Eppure alcune aziende sono riuscite a creare un’etichetta in grado di informare il consumatore in maniera completa. Una di queste è la Jubatti, che ha creato una modalità per il consumatore di individuare il nome dell’allevatore: “Attraverso un QR Code che, inquadrato dal cellulare, rimanda a un link sul nostro sito dove confezione per confezione viene indicato il nome dell’allevatore, spiega Nicola Francescucci, responsabile commerciale dell’azienda abruzzese.